Pil italiano verso una crescita dell’1% nel 2026, Upb segnala rischi al ribasso e pressioni energetiche
- 23 Ottobre 2026
- Posted by: Francesca
- Categoria: Economia, Editoriale
L’Ufficio parlamentare di bilancio stima per il 2026 una crescita del Pil italiano intorno all’1%, un dato coerente con l’1,1% contenuto nel quadro validato per il Dpfp. La valutazione, contenuta nella Nota sulla congiuntura di ottobre, resta provvisoria in attesa dei nuovi dati Istat, mentre i rischi vengono indicati come prevalentemente orientati al ribasso.
Tra i principali elementi di incertezza figurano le tensioni geopolitiche, l’aumento dei prezzi e condizioni di finanziamento meno favorevoli, in un contesto nel quale l’economia italiana continua a crescere ma a ritmi contenuti.
Pil in crescita dello 0,3% nel primo trimestre e dello 0,2% nel secondo
Nel primo trimestre 2026, il Pil italiano è aumentato dello 0,3%, mentre nel secondo trimestre la crescita si è attestata allo 0,2%.
Nel complesso, la dinamica della prima metà dell’anno è risultata simile a quella dell’area euro, che ha registrato un incremento dello 0,6%.
Sulla base dei dati corretti per i giorni lavorativi, la crescita acquisita per il 2026 si attesta allo 0,8%.
Per il terzo trimestre, i modelli dell’Upb stimano un nuovo aumento del Pil compreso tra uno e due decimi di punto percentuale, anche se l’istituzione segnala un livello di incertezza ancora elevato.
Servizi a +0,4%, industria ancora debole
La crescita dell’attività economica continua a essere sostenuta soprattutto dai servizi, dove il valore aggiunto è aumentato dello 0,4%.
Più fragile rimane invece la situazione dell’industria, che continua a mostrare segnali di debolezza.
Anche i consumi delle famiglie risultano in aumento dello 0,3%, ma il rialzo dei prezzi continua a comprimere la capacità di spesa reale.
La combinazione tra inflazione e dinamica delle retribuzioni resta quindi uno dei principali elementi da osservare per valutare la tenuta della domanda interna nei prossimi mesi.
Potere d’acquisto sotto pressione
Secondo l’analisi dell’Upb, l’aumento dei prezzi continua a incidere sul potere d’acquisto delle famiglie.
La propensione al risparmio è scesa al 6,7%, rispetto al 7,9% registrato durante l’inverno.
Parallelamente, le retribuzioni orarie reali hanno ripreso a diminuire e rimangono inferiori di oltre nove punti rispetto ai livelli del 2020.
Il quadro mostra quindi come la crescita nominale dei redditi non sia ancora sufficiente a recuperare completamente gli effetti prodotti dall’aumento del livello generale dei prezzi.
Mercato del lavoro su livelli elevati di partecipazione
Il mercato del lavoro continua a presentare livelli storicamente elevati di partecipazione.
Allo stesso tempo, secondo l’Upb si è arrestato il precedente percorso di riduzione della disoccupazione, aggiungendo un ulteriore elemento di cautela alle prospettive economiche.
L’evoluzione dell’occupazione e delle retribuzioni sarà particolarmente rilevante per la capacità dei consumi di sostenere la crescita nella parte finale dell’anno.
Petrolio a +66% e gas a +180% da fine febbraio
Una delle principali fonti di pressione sull’economia italiana è rappresentata dal nuovo shock energetico.
Dalla fine di febbraio, il prezzo del petrolio è aumentato del 66%, mentre quello del gas è salito del 180%.
La dinamica si è riflessa direttamente sull’inflazione, che a settembre ha raggiunto il 4,2%. I beni energetici hanno registrato un incremento del 22,6% su base annua.
Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, come già accaduto nel 2022, sono stati soprattutto i rincari energetici a determinare un aumento dell’inflazione italiana superiore alla media dell’area euro.
Dipendenza dalle fonti fossili aumenta l’esposizione
L’Upb richiama inoltre l’attenzione sulla composizione del mix energetico italiano, definito fortemente dipendente dalle fonti fossili.
Questa struttura rende il sistema economico maggiormente esposto alle oscillazioni dei prezzi internazionali di petrolio e gas e agli effetti delle tensioni geopolitiche sulle forniture energetiche.
Ad agosto, i prezzi alla produzione risultavano superiori del 10,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
La trasmissione degli aumenti ai prezzi dei beni non energetici sta tuttavia procedendo più lentamente rispetto alla fase inflazionistica del 2021-2022.
Primi segnali di propagazione dell’inflazione
A contenere la trasmissione dei rincari contribuiscono, secondo l’analisi, minori strozzature sul lato dell’offerta, aumenti più contenuti dei prezzi agricoli e una risposta più tempestiva della politica monetaria.
Da settembre iniziano però a emergere alcuni segnali di propagazione dell’inflazione verso altre categorie.
Gli aumenti interessano in particolare trasporti, ortaggi e legumi, mentre risultano in crescita anche le aspettative di inflazione.
Crescita intorno all’1% ma con rischi prevalentemente al ribasso
Il quadro delineato dall’Ufficio parlamentare di bilancio resta quindi caratterizzato da una crescita positiva ma moderata.
La previsione di un Pil intorno all’1% nel 2026 poggia sul contributo dei servizi e sulla tenuta dei consumi, ma deve confrontarsi con diversi elementi di rischio: shock energetico, inflazione, debolezza industriale, riduzione del potere d’acquisto e condizioni finanziarie meno favorevoli.
La pubblicazione dei prossimi dati Istat consentirà di definire con maggiore precisione la traiettoria dell’economia italiana e di verificare la crescita effettivamente registrata nel terzo trimestre.