Cassazione decide il destino dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto

Oggi si svolge l’udienza alla Cassazione sull’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, che riguarda il blocco disposto dalla Corte d’Appello di Milano e impugnato dalle società in amministrazione straordinaria. La Suprema Corte dovrà valutare se confermare o annullare il decreto che ordina lo stop degli impianti, ma è improbabile che il verdetto definitivo arrivi già nella giornata odierna.

Le società coinvolte, Ilva e Acciaierie d’Italia, hanno presentato ricorsi straordinari contro il provvedimento emesso dai giudici milanesi e hanno chiesto invano la sospensione dell’ordinanza; la stessa Corte d’Appello aveva, dopo le udienze del 9 e del 30 settembre, confermato la misura prima dell’intervento della Cassazione.

I giudici di Milano: amianto e polveri sottili

Il decreto della Corte d’Appello di Milano, firmato il 27 luglio e già esecutivo, dispone lo spegnimento dell’area a caldo entro 90 giorni: il termine indicato era il 25 ottobre. La motivazione principale è la tutela della salute pubblica, con particolare attenzione a due elementi indicati dai giudici: l’emissione di PM2.5 e PM10 e la presenza di amianto negli altiforni. I giudici hanno ordinato sia la riduzione delle polveri sottili sia la rimozione completa dell’amianto presente negli impianti.

Impianti in stand by sino al 15 dicembre

Per evitare che un eventuale pronunciamento favorevole all’azienda arrivi dopo la scadenza utile, il Governo ha previsto, nel recente decreto legge, l’autorizzazione per i commissari a mantenere gli impianti in preriscaldo fino al 15 dicembre: si tratta di una condizione tecnica minima che non comporta produzione. La misura intende preservare la possibilità di riavvio rapido nel caso in cui i ricorsi dovessero rimettere in discussione il blocco.

Nelle settimane precedenti Acciaierie d’Italia aveva già ridotto al minimo le attività: sospeso gli acquisti di materie prime, fermata la produzione e attivato una cassa integrazione straordinaria molto ampia, con 8.622 lavoratori interessati su un organico complessivo di 9.626 e con 6.964 lavoratori su 7.875 concentrati nello stabilimento di Taranto. Al momento resta però operativa la cassa integrazione autorizzata in precedenza, che riguarda un massimo di 4.450 dipendenti (di cui 3.800 a Taranto), mentre la nuova tranche sarà valutata dopo il vertice di governo a Palazzo Chigi.

Urso ha dichiarato:

“Speriamo che la Cassazione consenta di tornare a produrre.”

Eventuale ripartenza in tempi non brevi

Anche nell’ipotesi in cui la Cassazione annulli il decreto della Corte d’Appello, la riattivazione immediata dell’area a caldo non sarebbe automatica. Lo stabilimento non dispone più di materie prime pronte all’uso e servono risorse per nuovi ordini. Il percorso per la ripartenza include riavvio degli ordini di acquisto, reperimento di finanziamenti — nonostante il recente stanziamento di 40 milioni residui assegnati ad Acciaierie d’Italia dal plafond autorizzato dalla Commissione UE —, l’arrivo delle materie via nave a Taranto e la riattivazione operativa degli impianti. Questi passaggi richiedono tempi tecnici stimabili in alcune settimane o, più probabilmente, in circa tre mesi.

La decisione finale sulla riapertura dell’area a caldo dipenderà anche da valutazioni tecniche, economiche e ambientali: i gestori e le autorità dovranno infatti verificare costi di adeguamento, sostenibilità finanziaria e l’effettiva possibilità di rispettare limiti emissivi e prescrizioni di sicurezza prima di disporre un ritorno alla piena produzione.

Le tappe giudiziarie: Milano, Lussemburgo e Roma

La controversia nasce da un’azione promossa da un gruppo di cittadini di Taranto e si è sviluppata attraverso più fasi processuali. Il primo grado in ambito nazionale ha visto il Tribunale di Milano disattivare parzialmente alcune prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) rilasciata alla società, ritenendo insufficienti alcune misure di tutela. La vicenda è poi stata rimessa alla Corte di Giustizia Europea con sede a Lussemburgo, che a giugno 2024 ha stabilito che un impianto industriale che rappresenti un danno per la salute e l’ambiente può essere sospeso o fermato.

Al ritorno del caso in Italia, la vicenda è stata nuovamente esaminata dal sistema giudiziario nazionale fino alla decisione della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che ha introdotto l’ordine di fermata entro 90 giorni rilevando criticità legate all’amianto e alle emissioni di polveri sottili. Il decreto specifica inoltre che la sospensione dovrà perdurare fino alla rimozione integrale dell’amianto dagli impianti e all’adozione di misure capaci di ricondurre le emissioni di PM entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno.

In sintesi

  • L’incertezza giudiziaria penalizza la prevedibilità per fornitori e investitori: ritardi e stoppate operative aumentano i rischi di credito e compressione dei ricavi per l’intera filiera siderurgica italiana.
  • La necessità di adeguamenti ambientali impone investimenti significativi; la capacità di attrarre capitali privati o pubblici sarà determinante per la sostenibilità industriale e per evitare dipendenza da interventi straordinari dello Stato.
  • Per gli operatori dei mercati, un esito che consenta il riavvio richiederà tempo tecnico per il rifornimento delle materie e la ripresa produttiva: ipotesi di riattivazione rapida restano soggette a condizioni finanziarie e logistiche concrete.
  • Per l’economia locale di Taranto e per l’indotto nazionale, le scelte giudiziarie e le misure di policy ambientale influenzeranno l’occupazione, la pianificazione industriale e il profilo di rischio degli investimenti nel comparto.


Author: Tony
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