Eurallumina in stallo: lavoratori e sindacati pronti alla mobilitazione

Pronti alla mobilitazione perché «la pazienza è finita»: lo annunciano i lavoratori dello stabilimento Eurallumina di Portovesme, primo anello della filiera dell’alluminio in Sardegna, controllato dalla russa Rusal e oggi esposto al rischio di insolvenza.

La fabbrica, che fino alla fermata del marzo 2009 si occupava della trasformazione della bauxite in allumina — materia prima per la produzione di alluminio primario — ha visto congelare risorse essenziali a causa delle sanzioni imposte alla Russia, situazione che ha alimentato contenziosi e ricorsi amministrativi.

Secondo le rappresentanze sindacali, Rusal ha sospeso le erogazioni destinate alla controllata, pari a circa 2,4 milioni di euro al mese, e ha congelato un piano di rilancio valutato oltre 350 milioni di euro: elementi che hanno portato l’azienda ad attivare la procedura propedeutica prevista nei casi di crisi d’impresa.

I sindacati hanno denunciato:

“Le risorse che dovrebbe erogare lo Stato per tenere in piedi la fabbrica non arrivano e cresce il debito.”

La procedura propedeutica apre una fase di analisi della sostenibilità economica e degli impegni finanziari, utile a valutare misure straordinarie ma che non elimina il rischio di accelerazione verso lo stato di insolvenza qualora non arrivassero interventi tempestivi o garanzie finanziarie.

Particolarmente delicata è la questione ambientale: lo stop delle attività metterebbe a rischio il sistema di bonifica della falda, con potenziali ricadute sul territorio circostante e costi di messa in sicurezza elevati.

I sindacati hanno scritto:

“Un presidio ambientale che si ferma, a Portovesme, espone il territorio al rischio concreto di un disastro ambientale. Significa anche esporre lo Stato a costi di messa in sicurezza e bonifica che l’azienda stessa stima in circa 300 milioni di euro, a fronte dei pochi milioni necessari oggi per garantire la continuità.”

Le organizzazioni sindacali e i lavoratori hanno convocato iniziative di protesta: è previsto un sit‑in davanti ai cancelli dello stabilimento a partire dal 22 ottobre e un incontro ministeriale atteso per il 23 ottobre, dopo che la riunione precedente si è conclusa con un nuovo rinvio.

I lavoratori hanno annunciato:

“Rinviare ancora non significa risparmiare: significa moltiplicare il conto, e a pagarlo sarebbero i lavoratori, il territorio e l’intera collettività.”

I sindacati hanno scritto:

“Ai lavoratori e al territorio non servono più annunci, servono atti. Lo diciamo con chiarezza: venerdì 23 ottobre non si potrà andare oltre. In quella sede il Governo, e in particolare il Mef, dovrà garantire gli stanziamenti necessari alla prosecuzione della gestione operativa dello stabilimento. Queste risorse non servono ‘solo’ a mettere in sicurezza il salario dei lavoratori: sono la condizione stessa per la messa in sicurezza del sito. Appare utile ricordarlo ancora una volta: preservare l’asset non è una gentile concessione, è un obbligo di legge in capo a chi ha disposto e mantiene il congelamento. Il Governo non può continuare a fare da spettatore di una crisi che ha determinato e di cui porta per intero la responsabilità.”

Oltre all’urgenza sociale e ambientale, la vicenda solleva questioni di politica economica e dell’energia: la dipendenza da impianti energivori, i costi elevati del gas e il congelamento di investimenti da parte di partecipazioni straniere creano un mix che mette in difficoltà la produzione industriale strategica. Per il Governo si pone il dilemma tra un intervento pubblico finalizzato a evitare danni ambientali e sociali e la gestione delle risorse pubbliche in un contesto di vincoli di bilancio.

Dal punto di vista degli investitori e del mercato dell’alluminio, la situazione rappresenta un segnale di rischio: la sospensione di un anello della filiera in territorio europeo può aggravare le tensioni sui prezzi e spostare l’attenzione su progetti di diversificazione delle fonti produttive e dell’approvvigionamento. Allo stesso tempo, una soluzione che preveda un rilancio sostenibile potrebbe attirare investimenti orientati a tecnologie meno energivore e a interventi di bonifica efficaci.

In sintesi

  • La crisi di Eurallumina evidenzia come le sanzioni internazionali possano avere effetti diretti sull’industria locale, aumentando il rischio di interruzioni nella filiera europea dell’alluminio e influenzando i prezzi di mercato.
  • Per gli investitori, l’episodio sottolinea due rischi chiave: esposizione geopolitica delle partecipazioni estere e vulnerabilità agli shock energetici; opportunità di investimento ci sono solo se accompagnate da piani credibili di efficienza energetica e bonifica ambientale.
  • Il possibile costo di bonifica stimato intorno a 300 milioni di euro rende la vicenda rilevante per le finanze pubbliche: un intervento statale calibrato potrebbe evitare oneri maggiori nel medio periodo e limitare impatti reputazionali e ambientali.
  • Dal punto di vista territoriale, la situazione impone scelte sulla transizione industriale locale: la gestione della crisi determinerà se l’area potrà attrarre progetti di riconversione sostenibile o resterà a rischio di decadenza produttiva e sociale.


Author: Tony
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