Board MPS, resistere non serve a niente (anzi, può essere pericoloso)
- 16 Ottobre 2026
- Posted by: Tiziano
- Categoria: Editoriale
di Paolo Puri per Il Sole 24 Ore. C’è un titolo, prima ancora che un libro, che dice tutto: Resistere non serve a niente. Walter Siti lo scrisse per altro (vincendo lo Strega 2013), ma il destino delle parole è di sopravvivere ai loro autori e di tornare buone per altri usi. Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, riunitosi il 12 ottobre, ha confermato la propria opposizione all’offerta pubblica di Intesa Sanpaolo. Una maggioranza risicata governa il CdA di una società la cui assemblea, a quanto risulta, presenta oltre un terzo del capitale ormai schierato nel campo opposto. Si dirà: la resistenza ha portato a un rialzo del corrispettivo monetario. Vero e di questo va dato merito all’amministratore delegato. Ma la storia economica insegna che le trincee si tengono finché costano meno di quanto rendono: oltre quella soglia, diventano un dispendio di uomini e di mezzi per una causa già persa sul terreno dei numeri.
Gli equilibri azionari e il piano di difesa
Qui il terreno dei numeri dice questo: Delfin, FCG, Benetton, Malvestio si sono dichiarati a favore; il Ministero dell’Economia e BPM hanno annunciato l’astensione; e il disegno alternativo, quello della fusione con BPM, ha perso la sua gamba portante perché il primo azionista di quest’ultima, Credit Agricole, ha fatto sapere di non avere alcun interesse. I consulenti indipendenti (ISS e Glass Lewis) degli investitori istituzionali che controllano un terzo del capitale di Siena indicano di votare contro il piano di difesa presentato da Lovaglio e la sua maggioranza in consiglio. Restano, a difendere il fortino, consulenze finanziarie e legali, pareri di congruità, campagne di comunicazione: tutto legittimo, se la causa è ancora viva. Tutto rischioso, se la causa è già politicamente — prima ancora che giuridicamente — perduta. Perché la storia, si sa, non ama i generali che continuano a combattere la battaglia già decisa dai propri soldati. Tanto più se come sempre accade la storia sono destinati a scriverla i vincitori.
La passivity rule e i limiti all’azione degli amministratori
La legge, qui, non è un dettaglio tecnico da rimandare alle ultime pagine: è il punto. L’articolo 104 del Testo Unico della Finanza — la cosiddetta passivity rule — impone agli amministratori della società bersaglio di astenersi da atti che possano contrastare l’offerta, salvo autorizzazione dell’assemblea. Non è una norma di galateo societario: è un argine, posto dal legislatore, contro la tentazione — antica quanto il potere — di chi amministra di scambiare l’interesse della società con la propria sopravvivenza alla guida di essa. Se le spese per ostacolare l’offerta non passano dall’assemblea, e il tempo le rivela prive di giustificazione economica, l’amministratore delegato e i consiglieri che le hanno deliberate rispondono, in solido, ai sensi dell’articolo 2392 del Codice civile.
Il rischio di un’azione di responsabilità
E se l’offerta avrà comunque successo, è ragionevole attendersi che il nuovo socio di controllo chieda conto, con un’azione sociale di responsabilità, di ogni euro speso per una guerra persa in partenza. Non è un’ipotesi accademica: è la fisiologia del potere che cambia di mano. E il silenzio non assolve coloro che si trovano nella posizione — più scomoda — di chi, in consiglio, dissente ma tace oltre il voto. Il diritto non conosce l’alibi del “ho votato contro”: l’articolo 2381 del Codice civile pretende, da ogni amministratore, dovere di agire informato e dovere di vigilanza, e un’escalation di spese a fronte di un consenso assembleare in dissolvimento è, precisamente, il segnale d’allarme che quel dovere impone di raccogliere.
Gli obblighi dei consiglieri dissenzienti
Per andare esente da responsabilità, ai sensi dell’articolo 2392, terzo comma, il dissenziente deve fare tre cose, e farle presto: mettere a verbale il proprio dissenso; informare senza indugio il Collegio Sindacale; e, se la misura lo richiede, muovere i poteri reattivi del board, fino a chiedere la revoca delle deleghe o l’avocazione al consiglio delle decisioni di spesa. Chi si limita alla testimonianza passiva del voto contrario non si è messo in salvo: si è soltanto illuso di esserlo. Probabilmente è quanto hanno già fatto o hanno in animo di fare i consiglieri di minoranza che non possono non sapere che in battaglia – anche in quelle economiche – vale sempre la stessa legge non scritta: chi comanda senza più un popolo che lo segua, comanda a proprio rischio. Quando oltre un terzo degli azionisti ha già scelto un’altra strada, continuare a pagare advisor e consulenti per una resistenza sempre meno rappresentativa non è più una scelta di strategia industriale: è un’esposizione personale, che la legge chiama responsabilità e che la storia, più prosaicamente, chiama il conto di chi resiste quando resistere, appunto, non serve (più) a niente.