La finanza globale scommette sulle fiere mentre l’Italia per ora resta a guardare

Attuale osservazione e contesto: il fenomeno delle acquisizioni nel settore fieristico internazionale vede protagonisti soprattutto grandi gruppi anglosassoni e statunitensi, mentre Italia e Germania sembrano per ora restare sullo sfondo. Pur disponendo rispettivamente del quarto e del terzo sistema fieristico al mondo per volumi e visitatori, i loro modelli aziendali basati su quartieri fieristici e associazioni industriali spiegano in parte questa distanza.

Francesca Golfetto ha dichiarato:

“Il sistema fieristico dei nostri Paesi è costruito soprattutto attorno ai quartieri e alle associazioni industriali, la cui priorità è promuovere il territorio e le imprese dei rispettivi settori. Per questo motivo è improbabile che questi attori decidano di cedere o aprirsi a capitali esteri.”

Questo approccio procede di pari passo con una realtà economica fatta di piccole e medie imprese, dove la funzione delle fiere è strettamente connessa alla promozione dei distretti produttivi locali. Al contempo, però, permane la necessità di investimenti significativi per aggiornare padiglioni, servizi e infrastrutture, adeguandoli a un mercato che richiede spazi polifunzionali e format ibridi.

Francesco Conci ha spiegato:

“Occorre rinnovare le strutture per offrire spazi e servizi innovativi, in grado di ospitare non solo manifestazioni B2B ma anche eventi consumer, spettacoli dal vivo, competizioni sportive e congressi con formule ibride.”

Le possibili evoluzioni del sistema

La sfida per Italia e Germania sarà trovare formule che consentano di partecipare attivamente alla trasformazione del settore senza perdere la vocazione territoriale. Tra le opzioni praticabili ci sono accordi internazionali per esportare format di successo e collaborazioni per la gestione dei quartieri fieristici, con l’obiettivo di utilizzare le venue per eventi tutto l’anno e massimizzare i ricavi.

Molti gruppi italiani hanno già tentato questa via: portare all’estero manifestazioni consolidate o stringere partnership per potenziare la filiera organizzativa. Esempi caratteristici si riscontrano in realtà come Milano, Bologna, Rimini–Vicenza, Verona e Parma, che hanno sviluppato format internazionalmente apprezzati e reti di collaborazione con operatori esteri.

John Shehata ha affermato:

“Il modello fieristico italiano, caratterizzato da frammentazione e dalla partecipazione di soci pubblici, è funzionale al nostro tessuto manifatturiero basato su piccole e medie imprese. Tuttavia, il settore dovrà evolvere: una soluzione potrebbe essere un dépeçage, separando la proprietà dell’infrastruttura, che resterebbe pubblica, dall’organizzazione degli eventi che potrebbe aprirsi al capitale privato.”

La proposta di separare infrastruttura e offerta commerciale contiene un compromesso: mantenere il controllo pubblico sulle asset strategiche del territorio, preservando l’identità economica locale, e nel contempo sfruttare competenze private nella programmazione e nella commercializzazione degli eventi per accrescere efficienza e attrattività globale.

Fenomeno positivo, ma serve il Golden Power

L’interesse degli investitori stranieri verso il sistema fieristico è un segnale favorevole di attrattività: può portare capitali, know‑how e internazionalizzazione. Giovanni Bozzetti ha sottolineato questo aspetto, richiamando però l’attenzione sul rischio che operatori esteri possano acquisire il controllo di manifestazioni che sono marchi globali dei rispettivi settori.

Giovanni Bozzetti ha sottolineato:

“Le fiere italiane restano poco internazionalizzate nella loro governance: dovremmo investire di più per acquisire manifestazioni all’estero e aprire i capitali a operatori stranieri, ma è necessario tutelare le manifestazioni che rappresentano eccellenze nazionali.”

Per bilanciare apertura al capitale e tutela dell’interesse nazionale, lo strumento del Golden Power può giocare un ruolo cruciale. Si tratta di disposizioni che consentono al governo di intervenire su operazioni considerate strategiche per la sicurezza, la continuità produttiva o il presidio di asset rilevanti — criteri che possono includere fiere e piattaforme espositive che hanno un impatto economico e culturale significativo.

La discussione politica e regolamentare dovrà dunque definire soglie, criteri e meccanismi operativi: quali asset meritano protezione, in che misura è opportuno consentire ingressi di capitale estero e come favorire al tempo stesso la modernizzazione delle strutture senza perdere controllo sulle eccellenze — da Salone del Mobile a Vinitaly, da Cosmoprof a Vicenzaoro o Cibus.

In parallelo, amministrazioni locali, operatori fieristici e associazioni imprenditoriali devono lavorare a strategie comuni: pianificare investimenti, armonizzare regole di governance e promuovere partnership che aumentino la competitività internazionale mantenendo salda la relazione con il tessuto produttivo nazionale.

In sintesi

  • Un flusso maggiore di capitali esteri può modernizzare le infrastrutture fieristiche italiane, ma richiede regole chiare per evitare la perdita di controllo su asset strategici che incidono sull’economia reale.
  • Per gli investitori, le fiere e le venue rappresentano opportunità di reddito ricorrente: la sfida è trasformare gli spazi in hub multiuso capaci di generare ricavi tutto l’anno.
  • Dal punto di vista politico-economico, l’uso calibrato del Golden Power e di strumenti di governance pubblica può conciliare apertura agli investimenti con la salvaguardia degli interessi industriali nazionali.
  • Per le imprese italiane, una strategia vincente passa per partnership internazionali mirate e per una maggiore capacità di aggregazione che valorizzi i distretti produttivi senza disperdere le competenze locali.


Author: Tony
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