Fondi UE, le regioni in rivolta contro la doppia centralizzazione
- 15 Ottobre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Attilio Fontana ha dichiarato:
“Se questa è la strada, presto potremo chiudere una parte dei nostri uffici regionali.”
In missione a Bruxelles insieme ad altri presidenti regionali nel periodo dedicato alle città e alle regioni europee, il presidente della Regione Lombardia ha espresso una forte critica alle proposte emerse in vista della riforma del bilancio pluriennale dell’Unione europea, che saranno al centro dei negoziati dei capi di Stato e di governo.
Nel corso della stessa giornata, Fontana ha incontrato il commissario per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto, e la presidente del Comitato delle regioni, Kata Tüttő. Sei presidenti regionali dell’area progressista — Antonio Decaro (Puglia), Stefania Proietti (Umbria), Alessandra Todde (Sardegna), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Eugenio Giani (Toscana) e Roberto Fico (Campania) — hanno sottoscritto una dichiarazione comune al Parlamento europeo per chiedere “un’Europa dei territori e non un’Europa dei tagli”.
Il nodo della governance dei fondi
Kata Tüttő ha dichiarato:
“L’architettura del nuovo quadro finanziario pluriennale dell’Unione è profondamente cambiata, perché i fondi adesso andranno ai governi centrali che decideranno dove investirli.”
La presidente del Comitato delle regioni ha sintetizzato la preoccupazione principale: il passaggio da una gestione regionale diretta a una concentrazione delle decisioni nelle mani degli Esecutivi nazionali e della Commissione europea. Questo mutamento non riguarda soltanto l’entità delle risorse, ma soprattutto la modalità di governance che determina chi decide gli interventi territoriali.
Riduzione della gestione condivisa e rischi distributivi
Secondo una valutazione della Corte dei conti europea, la quota di risorse a gestione condivisa — strumenti come la politica di coesione e la Politica agricola comune (PAC) — passerebbe dal 66% del periodo 2021-2027 al 46% nel ciclo 2028-2034. La Corte sottolinea che questo cambiamento potrebbe generare difficoltà amministrative per la Commissione europea e alterare la distribuzione geografica della spesa pubblica comunitaria.
Una ulteriore conseguenza significativa è l’eliminazione dei programmi operativi regionali, che attualmente conferiscono alle regioni la titolarità nella progettazione e gestione degli investimenti. Al posto di tali programmi, è previsto un piano unico per ciascuno Stato membro, dove il ruolo e la dotazione finanziaria delle regioni dipenderanno in gran parte dalle scelte dei governi centrali.
Il modello del Pnrr e il meccanismo delle milestone
La riforma richiama il meccanismo adottato per il Pnrr: risorse erogate non in base alla rendicontazione delle spese, ma al raggiungimento di obiettivi prefissati (le cosiddette milestones). Le condizionalità saranno prevalentemente legate a riforme indicate dalla Commissione europea nelle raccomandazioni specifiche annuali rivolte ai governi nazionali.
Gli artefici di questa impostazione sostengono che il modello dovrebbe ridurre la frammentazione degli attuali circa 500 programmi europei — di cui 51 in Italia — e creare sinergie tra interventi. I critici, invece, mettono in guardia sul rischio che l’approccio centralizzato penalizzi le regioni con minore capacità di influenza politica o con bisogni specifici non allineati alle priorità nazionali.
Implicazioni per le regioni italiane
Per regioni avanzate come la Lombardia, la modifica potrebbe tradursi in una perdita di autonomia nella programmazione degli investimenti territoriali, con impatti sulle politiche industriali locali e sulle piccole e medie imprese che beneficiano di finanziamenti strutturali. Per le regioni meno sviluppate, invece, il timore è che la riduzione della gestione condivisa limiti la capacità di indirizzare risorse verso interventi di coesione locale e sociale.
Dal punto di vista amministrativo, lo spostamento del peso decisionale verso il livello centrale richiederà meccanismi di coordinamento trasparenti e strumenti di consultazione efficaci per evitare che le esigenze territoriali vengano marginalizzate. Anche il monitoraggio dell’efficacia degli investimenti potrebbe complicarsi se la responsabilità di programmazione e controllo si frammenterà tra autorità nazionali e istituzioni europee.
Scenari e possibili sviluppi negoziali
I negoziati tra leader europei sul quadro finanziario pluriennale saranno determinanti: le scelte finali sul mix tra gestione condivisa e centralizzata definiranno la capacità di coesione dell’Unione nei prossimi sette anni. Le regioni italiane si trovano dunque a dover costruire alleanze a livello europeo e nazionale per preservare spazi di autonomia gestionale e tutelare l’accesso alle risorse per progetti territoriali.
Nel frattempo, amministrazioni regionali e stakeholder locali dovranno valutare strategie di adattamento: rafforzare le capacità di programmazione, intensificare il dialogo con i governi centrali e predisporre proposte progettuali che possano integrare le logiche nazionali delle milestone senza perdere di vista le priorità socio-economiche locali.
In sintesi
- La centralizzazione proposta potrebbe ridurre la capacità delle regioni italiane di indirizzare investimenti mirati, aumentando l’importanza della diplomazia regionale per ottenere risorse adeguate.
- Per gli investitori, la transizione verso piani nazionali basati su milestone introduce maggiore incertezza temporale sui finanziamenti, richiedendo una valutazione più attenta dei rischi legati all’effettiva erogazione delle risorse.
- I mercati locali potrebbero risentire di una minore disponibilità di fondi regionali per progetti infrastrutturali e di innovazione, con possibili effetti sui livelli occupazionali e sulla competitività delle PMI.
- Un controllo più forte a livello centrale potrebbe migliorare la coerenza strategica nazionale, ma richiede strumenti di governance che garantiscano trasparenza e rappresentanza territoriale per evitare squilibri nella distribuzione degli investimenti.